TESTI

1992 3 luglio
/settembre

Mine-Haha

personaggi: 9
di Daniela Morelli

Personaggi

Autopresentazione

ALLA CORTE DEL PRINCIPE DELLE ZANZARE
Nel parco, in una trentina di casette bianche, centinaia di ragazze, spesso sprofondate nel silenzio si curano esclusivamente della propria educazione fisica. Vengono portate lì quando sono lattanti e fatte uscire all’età dello sviluppo. La più grande accudisce la più piccola e ha la responsabilità di un gruppo di sette bambine. Imparano a danzare, a fare esercizi acrobatici, a suonare. Fanno il bagno nel ruscello fino ad autunno avanzato e camminano a piedi scalzi fino a cinque anni. Nell’ultimo periodo del loro soggiorno danzano in una rappresentazione dal significato a loro sconosciuto e invece morbosamente amato da un pubblico rumoroso che dalla città arriva con il treno elettrico, poi raggiunge il teatro attraverso un tunnel e finalmente consuma lo spettacolo dietro una grata. Ed è la prima volta che Heidi, Lora o Pamela sentono una voce maschile che commenta eccitata uno fra i numerosi coiti che sulla scena si rappresentano tra il Principe delle zanzare e le contadinelle. Le agili fanciulle con un colpo di reni spostano il peso del corpo sulle mani e così camminano, le trecce strisciano sull’impiantito del palco, rotolano gli zoccolino. Si insinua il sospetto di una nudità sotto la gonnella che piove giù come la corolla di un fiore. Qualche scudisciata lascia lividi veri. La maestra di danza colpisce e sorride. Ovazione del pubblico.
Le regole sono ferree, non si può scappare, né infilarsi sotto le coperte di un’altra ragazza. Chi trasgredisce passerà il resto dei suoi giorni nel parco, come Naemi, a fare la serva. Un felice uniforme destino accomuna le fanciulle del parco. Una ineluttabile serenità consente loro di non chiedersi più dove spariscono le bambine grandi, quelle prescelte, o la bambina annegata. Nell’unico assopito pensiero che scorre da un cervello all’altro le separazioni sono tracciate solo dai confini del proprio corpo, dalla sua forma, dalla consistenza d un polpaccio, dall’agio con cui si è capaci di alzare a abbassare il ventre, dall’abilità di lasciarsi rotolare nell’aria in un salto mortale di eccellente disegno. Hidalla fu liete come le altre fino al momento in cui, invece di sentirsi scivolare la schiena se la sentì spezzare e restò appesa nell’aria come una zanzara monca. Comprese che fra lei e la serva Naemi non vi sarebbe più stata alcuna differenza, si immaginò la vita come sarebbe seguita ed ebbe coscienza della sua e delle altre fanciullezze.
Con un ultimo sforzo delle spalle, delle braccia, del busto Hidalla trascina con sé quella pesantissima parte di sotto rimasta inerme, per dire basta a questa beata follia. Una licenza che mi sono presa sul racconto di Wedekind. Una licenza di qualche decennio visto che nel prologo del racconto la suicida ha 63 anni e non dieci. Ma se il teatro è la sintesi e lo charme di una villa da villeggiatura sotto il monte Muscolo ormai insostenibile per i nostri occhi abituati a degradare sulle villette a schiera, m’è parso naturale una lettura genetica del personaggio che non rispettasse la sua cronologia e immaginasse soltanto la vita adulta, rifiutandola. M’è parsa legittima quella morte infantile contro il presagio di una perfetta razza idiota.
Daniela Morelli

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