TESTI

1990 4 ottobre
/dicembre
di Andrea Jeva

Personaggi

Autopresentazione

L ‘ intreccio, si potrebbe dire, è il distintivo di questa quarantesima produzione del Teatro di Porta Romana, Cuccioli, di Andrea leva, messa in scena da Giampiero Solari. Un intreccio di rapporti ne è all’origine: la frequentazione comune, dentro e fuori il Teatro di Porta Romana, di attori, autore e regista. Gli attori sono i cinque di Naja (Paolo Cosenza, Sebastiano Filocamo, Riccardo Magherini, Antonio Rosti, Carmelo Vassallo), che già durante l’Inscena della scorsa estate avevano provato le possibilità combinatorie per realizzare due spettacoli, La sera della prima e Una specie di gioco, aggregando l’autore, Andrea Jeva e una prima presenza femminile, Elena Callegari, dentro una compagnia tutta di maschi. Più indietro negli anni, addirittura ai tempi della Scuola d’arte drammatica e delle prime esperienze autonome, risalgono i legami tra alcuni di questi attori, l’autore e il regista, in un miscuglio di rapporti professionali e umani che voglion dire confronti profondi, idee condivise. Questo intreccio, che ha poi preso nelle proprie spire la settima interprete di Cuccioli, Maria Ariis, ha innescato un processo creativo e produttivo certamente insolito, in cui l’autore ha lavorato in continuo contatto con gli attori e il regista, travolgendo lo spunto originario (un racconto di Mario Vargas Llosa) e le sue stesse prime versioni, a favore di una maturazione collettiva della materia dello spettacolo. Il lavoro di un ensemble, che Giampiero Solari ha guidato pazientemente per mesi, interrotto di tanto in tanto dalle esigenze di tournée della compagnia, ma tenuto vivo da una tensione etica per cui il come è più importante del cosa, che procede per esperienze piuttosto che per prodotti, ma che non si sottrae alla finalizzazione spettacolare, al problema della comunicazione, al rapporto conflittuale, con il pubblico. Ma l’intreccio è anche la sostanza di questo spettacolo: intreccio di luoghi e di tempi e di età della vita, che vicendevolmente si rinviano e si richiamano in un continuo dentro e fuori; intrecci (anche sentimentali) che si sviluppano tra i personaggi durante una cena di Natale, più rituale che mai. Attorno a quel tavolo i “cuccioli” diventati adulti scansano con eleganza la tentazione di rievocare nostalgicamente i bei tempi andati, per rintracciare con apparente svagatezza ma con il rigore di un’urgenza le proprie radici, alla ricerca di una possibile coerenza nelle proprie scelte esistenziali. Una storia di oggi, quella dei percorsi individuali che, una volta determinati, necessitano di una definizione, in un’ epoca che richiede un nuovo impegno personale in tutti i campi. In quella cena di Natale qualcosa d’importante succede: forse quell’ostinato bisogno di ritrovarsi, di riconoscersi finalmente adulti, rintracciando le vere complicità, suggerisce un atteggiamento per affrontare gli anni che verranno. Mi sono seriamente preoccupato un giorno di alcuni anni fa, quando per la prima volta non sono riuscito a trovare parole adatte a spiegare un pensiero. La seconda volta anziche preoccuparmi ho cercato di dare qualche spiegazione ricorrendo ad immagini, poi via via ad odori, a suoni, a colori. Ai numeri mai, questa sono riuscito a scamparla, anche se ne sono stato tentato più volte, vergogna, e lo ammetto. Poi all’improvviso m’è sembrato di capire, spiegare perché? ho cominciato a nascondere l’esistenza di pensieri inspiegabili, furbetto, cioè a negarli, astuzia, e poi il crollo, a me, pensavo senza dirmelo, dovevo delle spiegazioni, spalle al muro, e riflessione, e preoccupazione. Per esempio, voce orizzontale significa qualcosa? ma ancora di più, il pensiero è una cosa che si può pronunciare? altro esempio, il pensiero “Tavolo” quando nasce, che cos’e? e quando muore? … calmo, effettivamente devo stare calmo. Certo tutto si può risolvere pronunciando semplicemente “Tavolo”, ma siamo sicuri che la nascita del pensiero “Tavolo” volesse solo manifestarsi nella parola “Tavolo”? e quando nasce un’idea? e quando nasce una storia? Il tavolo, prima di essere tavolo, era albero, e prima qualcos’altro, ammettiamo, e quando è diventato albero è stato tagliato e poi lavorato, tagliaboschi, falegname, sega, colla, chiodi, e poi venduto o comprato, famiglia, casa, negozio… possibile che tutto questo sia solo “Tavolo”? E fin qui va bene, diciamo, … e un’idea? e una storia? e un’idea per una storia di teatro? e Cuccioli? Ecco Cuccioli, io, non lo so spiegare, certo potrei risolvere il tutto raccontando di un gruppo di amici, di un’infanzia, di un avvenimento altamente condizionante, della maturità e anche di ricordi che si fanno presente, o addirittura di presente che si fa ricordo, ma, preoccupazione, non è tutto, e ricorrere ai colori, o a tutto il resto, non serve, no, nemmeno ricorrendo ai numeri, risatina, tanto meno ricorrendo alla non spiegazione, figuriamoci. Allora Cuccioli è molto simile a un pensiero che nasce, attenzione, o che muore… idea! Cuccioli è una sensazione che pronunciandola suona: “Pioggia lunga di Natale” o: “Rimasugli brevi di una fuga”, anche se la verità è: “Mescolanze di territori senza mappe”, ma la vera verità è che Cuccioli, semplicemente, è un appuntamento, appuntamento?, in un luogo che odora di nulla, Italia?, o di tutto, Africa?, o in un covo, teatro?… per complici di pensieri impronunciabili, forse, e, risatina gustosa.
Andrea Jeva

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