TESTI

1992 1 gennaio
/marzo

Uomo in mare

personaggi: 5
di Giorgio De Chiara

Personaggi

Autopresentazione

AUTO PRESENTAZIONE (IN FORMA DI CONFESSIONE) UN GIORNO, CON UNA BARCA…
Contrariamente a quanto i dotti sostengono, ho sempre pensato che la Storia – anche la nostra piccola storia privata – possa farsi soltanto con i se. Per quanto mi riguarda, non avrei mai pensato di cacciarmi nel teatro se non fossi stato catturato al termine della battaglia di El Alamein e rinchiuso in un campo di prigionia nel deserto egiziano: dove, esentato da obblighi di lavoro come agli ufficiali detenuti competeva, mi ritrovai per quattro anni davanti a un vuoto quotidiano da riempire. Si trattava di inventare la giornata dal nulla e dunque, pirandellianamcnte, di fingere una condizione che non esisteva. Tra i prigionieri costituimmo una filodrammatica: per ammazzare la noia – così credevamo – ma, a ripensarci meglio, per supplire con la finzione alla realtà. In qualche modo ci eravamo infilati, per necessità di sopravvivenza, in quella maniacale mistificazione che consiste nel supporsi “altro da se”. Per la verità allestivamo basso repertorio (per lo più commediole da telefoni bianchi) ma la stessa modestia di quei testi mi portò sin da allora al sospetto, diventato poi convincimento, che non esiste preciso confine tra drammaturgia nobile e drammaturgia ignobile: forse anche per il teatro il mezzo è il messaggio. E tanto più messaggio quanto più delirante nell’immaginazione: laggiù da noi il giovane atleta Ottavio Missoni era bellissima nelle parti femminili di palcoscenico, con una sua parrucca ottenuta da corde da tenda cardate e imbiondite nel the. Importante è l’esercizio della mimesi: e noi, pur filodrammaticheggiando, a tal punto nella mimesi ci trovavamo confusi che il giorno in cui arrivò la comunicazione del sospirato rimpatrio, alcuni di noi (e io tra costoro) si rammaricarono perché a causa dell’improvvisa partenza sarebbe saltata la prima di Vivere insieme di Cesare Giulio Viola, programmata per l’indomani. L’apologo può avere un suo aspetto risibile, certo: anteporre, almeno nel labirinto subliminale, una recita da scalzacani alla libertà ritrovata. Ma forse in quel momento, mentre il teatro era protettiva assuefazione, la libertà che ci stava davanti suonava come incognita allarmante. Debbo dire però che altre volte, in seguito, mi sarebbe accaduto di scoprire nel teatro un rifugio rassicurante. Ricordo che andai a teatro una certa sera del’ 53 (mia madre era morta nel pomeriggio) e ci andai non tanto per zelo professionale – che nessuno al giornale mi avrebbe contestato la mancata recensione – quanto per chiudermi in una dimensione che era la sola nella quale potessi riconoscermi e restarmi in intima compagnia. Così, durante gli anni di piombo, un giorno attraversai Roma per raggiungere Fiorenzo Fiorentini, che in una saletta di periferia stava provando uno spettacolo che avevamo scritto insieme: e in quel minuscolo palcoscenico dove pochi attori nella penombra si applicavano artigianalmente, pazientemente, amorevolmente al loro astratto lavoro mi parve di decifrare all’improvviso una risposta civile al barbaro disordine di una città – quella che avevo appena percorsa – lacerata da ambulanze ululanti, da reparti di polizia che picchiavano, da cortei di giovani col volto gonfio d’ira e le mani che simulavano pistole puntate. E spesso ho pensato al teatro come contrappunto della realtà ma, insieme, benefica diserzione dal reale. Naturalmente in tale rapporto, via via divenuto biologico, non poteva avere senso per me la sola parte del testimone, cioè del critico militante. Fu così che mi ritrovai anche autore e occasionalmente impresario e regista: e, ma una volta sola, persino attore (però accadde a Tokyo, dove a Vittorio Gassman era venuto a mancare un interprete). Nessuna di queste “specializzazioni” mi diventò mai professione esclusiva. “Tu, in sostanza, che mestiere fai?” mi chiese mio padre sino all’ultimo respiro. E aveva ragione e l’avrà, penso, fino a quando non sarò in grado di dare una risposta. Ma oramai ci ho rinunciato. So soltanto che ho bisogno di intromettermi, di partecipare al gioco, insomma di esserci. Sia pure da dilettante, se è vero -secondo le parole di Monsieur Verdoux ai piedi della ghigliottina- che la vita è troppo corta per diventare professionisti. Un po’ di quello che vado confusamente dicendo è confusamente raccolto in questa mia commedia, Uomo in mare. Avrei potuto farla presentare da qualche cortese collega ma -cortesemente, appunto – si sarebbe in ogni caso espresso in termini amichevoli. Preferisco perciò discorrere io senza entrare negli eventuali meriti del copione ma raccontandone piuttosto la genesi, dato che per molta parte la vicenda narrata mi appartiene. Ci fu un periodo, una ventina di anni fa, in cui caddi nella malinconia. Qualcuno mi consigliò di avvicinare uno psicanalista ma io me ne tenni alla larga perché conoscevo esattamente (o credevo di conoscere) i motivi del mio stato: tutti riconducibili al fatto che andavo invidiando, e sempre di più, le fortune di tanti amici di penna che – abbandonato il modesto orticello teatrale – si erano dati anima e corpo alla televisione. Facendo quattrini e trovando un uditorio di milioni di persone. Insomma, il tarlo dell’audience, quando l’offensivo termine non esisteva ancora, mi rodeva dentro facendomi sentire un escluso dai banchetti dei nuovi tempi. Escluso per chissà quale congiura altrui. Fu così che presi a odiare il mio oscuro lavoro di scrivania e a vagheggiare per rivalsa un’esistenza sull’altro versante: quello del vitalismo, dell’avventura, della fisicità. E scoprii di preferire l’ esagitato Hemingway – e persino il D’Annunzio delle gesta – ai sempre venerati Verga e Dostoevskij. Comperai una barca a vela – come Ugo, il protagonista della mia commedia – e mi misi per mare sognando i tifoni tropicali e le Isole Sottovento. Ma non andai al di là di Torvaianica o di Ponza: per incompetenza marinara, per viltà, o più semplicemente perché non avevo niente da dimostrare a me stesso e al prossimo mio. Così, senza il soccorso di Freud, mi si rivelò un giorno il ridicolo della situazione in cui mi ero infilato e d’improvviso guarii: nel senso che le vanità da mass media mi apparvero per ciò che sono, vendetti la barca e ritornai rasserenato a quel vizio di pochi e stravaganti congiurati che è il teatro. Ora non so se sia bella o brutta la commedia derivata da una mia oramai lontana vertigine: so, però, che mi è stata d’aiuto nel prendere le distanze dalle fanfaluche.
Ghigo de Chiara

Scheda autore

GHIGO DE CHIARA è nato a Tripoli dove ha vissuto fino al compimento delle scuole elementari; poi il ginnasio a napoli, il liceo e l’università a Roma.
Forse non avrebbe mai pensato al mestiere del teatro se, dopo la battaglia di El Alamein, non fosse finito per quattro lunghi anni in un campo di prigionia in egitto, dive un gruppo di detenuti aveva fonfato una filodrammatica. Definitivamente contagiato dal vizio della scena ha speso poi la sua esistenza esercitando la critica teatrale e, come autore, scrivendo lavori in proprio o ricavando copioni dalla grande narrativa di Verga, Serao, Brancati, Sciascia eccetera. Particolarmente cara gli è la trasposizione teatrale di La frontiera dello scrittore fiumano Franco Vegliani, che fu suo compagno di prigionia durante la guerra. Molti spettacoli di spensierata destinazione estiva ha ricavato fin troppo liberamente da Plauto e Terenzio, arrivati al palcoscenico con le regie di Ronconi, Scaparro, Blasi, Gregoretti. Romano di adozione e di inclinazione – e stimolato dall’amico e complice Fiorenzo Fiorentini – ha coltivato la musa romanesca con una lunga serie di irriverenti rappresentazioni ambientate bellianamente ai tempi del Papa Re. Tra i suoi testi originali Antonello capobrigante (regia di De Bosio), La manfrina (regia di Enriquez), Il mostro ( regia di Di Martino). Eleonora, ultima notte a Pittsburg (regia e interpretazione di Adiana Innocenti). E anche una ribalda incursione nel cabaret con Cronache dell’Italietta in collaborazione con Maurizio Costanzo. E’ assai affezzionato alla commedia Itaca, Itaca! (regia di Nino Mangano) andata in scena nel ’73, sorta di processo ad un Ulisse navigante maldestro come l’autore del testo: il quale vagheggia il mare e si tiene a riva. Tra i suoi libri Ettore Petrolini (Cappelli, 1960) e C’è Sueccellenza in platea (Lucarini, 1981), tra le sue sceneggiature cinematografiche La marcia si Roma di Dino Risi, tra i suoi originali televisivi Il gioco degli eroi con Vittorio Gassman. Ha terminato di scrivere Il caso del Vecchio Tenente e altri ragguagli tripolini, romanzo ambientato nella città africana della sua infanzia negli anni della riconquista della Libia. Si vanta di non aver mai avuto nemici se non a partire dal 1988, anno in cui accettò incautamente la presidenza dell’Istituto del Dramma italiano.