TESTI

1993 1 gennaio
/marzo
di Guido Almansi

Personaggi

Autopresentazione

PUO’ UNA RAGAZZA DI CARATTERE INNAMORARSI DI SUO PADRE?
Il mio monolo su Mira (che poi, come nome, è una variante immaginaria del nome Mirra, garantita dai classici, da Ovidio ad Alfieri), nasce, come tante cose a cui crediamo, dall’odio: un odio feroce e in parte giustificato per la tragedia di Alfieri, Mirra, che è il primo testo che sono stato costretto ad insegnare, senza preavviso, in una triste università britannica dove ho iniziato la mia carriera di insegnante universitario trent’anni fa.
Nemmeno la meravigliosa regia della Mirra alfieriana di Luca Ronconi, che ho molto lodato come critico teatrale molti anni dopo, mi ha fatto cambiare idea. Al centro del problema della cosidetta tragedia alfieriana non ci sta tanto la figura di Mirra, che è anche sostenuta da “memorabili” versi, quanto da quella di Ciniro, che è un velleitario, sciocco e imbecille. Perchè una ragazza sensuale e “piena di carattere”, come Mirra, dovrebbe innamorarsi di un imbecille del genere, che per altro è suo padre? Ben diverso è il caso del Ciniro ovidiano, che è un personaggio altamente lussurioso; pieno di vita che gongola alla risposta della nutrice, a cui aveva chiesto quanti anni avrebbe la ragazza che intendeva portargli a letto: ” La stessa età di tua figlia!”. Solo la potenza sessulae e l’immoralità del padre giustifica l’amore colpevole della figlia.
Io ho scarso interesse per l’amore non reciprocato, che è forse il più abusato e il più disastroso tra i soggetti molto sfruttati della bassa letteratura. Mi interessa molto di più l’amore impossibile per ragioni sociali, di distanza, di parentela, di ostilità delle famiglie, ecc.. Il mio testo segue abbastanza da vicino il magnifico modello ovidiano, di cui intende essere solo una povera imitazione. Ciniro non lo si vede in scena, se non mascherato nel finale, ma l’amore della foglia per lui è giustificato in vario modo, così come è giustificato, a mio modo di vedere, o persino volgarmente sfruttata la gelosia di Mira per la madre che condivide il letto del coniuge (nel pudico alfieri abbiamo solo la frase “O madre mia felice!…almen concesso/ A lei sarà…di morire…al tuo fianco”, lievemente ridicolo di fronte alla forza bruta del verso ovidiano: “Felicem coniuge matrem“).
DEvo quindi modificare il mio assunto iniziale: il mio monologo nasce dall’odio per la Mirra di Alfieri e dal mio amore appassionato per l’episodio di Mirra nelle Metamorfosi di Ovidio. Il risultato è quello che è: un miscuglio di odio e di amore. Agli altri giudicare se valeva la pena di scriverlo. Guido Almansi

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